mercoledì 4 aprile 2012

La mia scuola

SCUOLA
Come spiegare l'Arnaldo 63° in classifica.
Da ex arnaldino ormai trentaduenne non ho potuto che leggere con stupore e rammarico la notizia secondo cui l'Arnaldo è solo 63simo nella classifica delle 453 scuole lombarde; almeno stando agli studi della Fondazione Giovanni Agnelli che, su basi scientifiche, hanno «catalogato» tutti gli istituti presenti nel territorio, in base non solo alla qualità dell'insegnamento (difficilmente valutabile), ma anche ai risultati ottenuti dagli ex alunni appena abbandonate le mura scolastiche.
Ebbene, vedere la mia scuola cadere così in basso, superata dal Calini, dal Copernico, dal Golgi e dall'Olivelli Putelli di Darfo, è stato un colpo al cuore.
Dopo aver gridato, dentro di me, al complotto, aver deriso le fredde statistiche matematiche che mai potranno imprigionare lo spirito letterario, ebbene, dopo tutto questo, mi sono fermato a ricordare e riflettere.
E mi sono venute in mente le ore passate ad ascoltare impettite professoresse ripetere stanche lezioni imparate anni addietro, le stesse che premiavano sistematicamente quanti, come pappagalli, riuscivano ad imparare la lezione a memoria; mi sono ricordato di presidi che, al posto di cercare di spronare alcuni professori di filosofia e storia ad insegnare, incredibile dictu, filosofia e storia invece che disquisire delle proprie ricette culinarie preferite, preferivano moralizzare i giovani studenti, come novelli Catoni Censori.
Mi sono ricordato del laboratorio linguistico e di chimica, stanze vecchie già dieci anni or sono, che venivano sfruttate talmente poco che ogni volta mi sembrava di andarci per la prima volta; delle professoresse di inglese che in cinque anni non ci hanno mai fatto fare una volta conversazione (in compenso ricordo ancora benissimo la costruzione di una frase al passato condizionale, utilissima se si deve parlare dei massimi sistemi con un filosofo).
E così via, fino a ricordarmi delle ultime polemiche per l'utilizzo del nome Arnaldo per la locandina di una innocua festa studentesca.
Ho ripensato a tutto questo e allora ho dovuto chiedere scusa alle statistiche.
Il 63simo posto è più che meritato. Per farmi tornare il sorriso, mi toccherà aspettare di leggere la classifica delle scuole più piene di sè.

mercoledì 28 marzo 2012

Basket Brescia Leonessa/Una storia italiana

(Si assicura il lettore che questa è veramente la grafica proposta dal sito della squadra e non un tentativo del presente commentatore di screditarne l'immagine)


C'era una volta, una trentina d'anni fa, una squadra di basket di Serie A a Brescia che, col tempo, andò a morire per mancanza di soldi.

Qualche decennio dopo, sembra che il sogno di tutti gli appassionati di basket bresciani possa avverarsi. Nel 2009, nasce, infatti, il Basket Brescia Leonessa.

Quello che la bulgara pagina di wikipedia omette di specificare è che la stessa nasce sì, grazie alla decisione del Presidente Bonetti di spostare la propria squadra (che vivacchiava in A Dilettanti - la serie C1 del calcio, tanto per capirci) da Cremona a Brescia, ma anche grazie a due personaggi di un certo peso, il neo sindaco della città, Adriano Paroli, che ha passato la campagnia elettorale a ribadire l'importanza del basket e della pallavolo a Brescia e che garantisce l'appoggio politico dell'amministrazione pubblica, e tale Giampiero Franchini, uno che si ritrova a possedere questa società, e che garantisce una cosa che a volte nello sport serve, i soldi.

Presidente della società viene fatta la Sig.ra Graziella Bragaglio, nota nel mondo della pallacanestro per l'indubbio merito di ricoprire il ruolo di moglie del Signor Bonetti.

A questa combriccola, si aggiungono una piccola schiera di soci minori che, guidati chi dall'amore per il basket, chi da interessi di bottega, decidono di versare una piccola somma di denaro (tipo € 5000,00 o giù di lì, e si prega il lettore di memorizzare questo dato per il prosieguo del racconto) e entrare in società.

Ebbene, dopo la classica stagione di assestamento e la successiva promozione in serie A2, si arriva all'estate del 2011 quando si deve affrontare un campionato di vertice per centrare quella promozione che permetterebbe a tutti di realizzare il mantra politico "Brescia deve avere una squadra di basket in serie A".
Ecco, nonostante l'appoggio politico, qualcosa all'interno del summenzionato ben nutrito gruppo, si rompe.

I soci iniziano a litigare (e questo modesto commentatore non entrerà nel merito delle ragioni e dei torti perché si accorge che la propria disonestà intellettuale non gli permetterebbe di essere obiettivo), chi vuole comandare, chi è stufo di farsi comandare, chi squittisce dall'alto dei famosi 5000,00 Euro versati.

Ad ogni modo, il 15 settembre del 2011, si arriva alla scissione, Bonetti, la Bragaglio e i soci di minoranza da una parte (valore del capitale sociale versato: n),  Franchini, un altro e i soldi dall'altra (valore del capitale sociale versato: n+un fantastilione).

Ora, cose che capitano, ovviamente.

E, infatti, i giornali bresciani partono subito a tranquillizzare i tifosi: "Brescia deve avere una squadra di basket in serie A".

Il potere politico dà una mano, cercando sponsor, cercando di abbattere i costi per la squadra ("La palestra comunale? No, figurati se te la faccio pagare, Brescia deve avere una squadra di basket in serie A").

Si trova anche uno sponsor d'eccezione, la Centrale del Latte S.p.a., che, per puro caso, risulta essere partecipata e controllata da un ente del tutto estraneo a questa vicenda, il Comune di Brescia.

Giungiamo dunque al punto che il Comune, direttamente o indirettamente, di fatto spende i soldi dei cittadini per mantenere una società di basket privata che viene seguita da 2000 persone (su 300.000, esclusa la provincia) e tutto perché "Brescia deve avere una squadra di basket in Serie A".

Ora, visto che i tempi sono duri e, ogni tanto, tra un canestro e l'altro, tocca anche spendere due soldi per rifare le buche delle strade, seppure con atavica calma, capita che il Comune debba aprire le braccia e dire: "Caro Bonetti, hai litigato con l'unico socio che portava soldi, io ho fatto quello che ho potuto, ora tocca a te metterci del tuo perché Brescia deve avere avere una squadra di basket in Serie A".

Immagino, quindi, Bonetti rivolgersi ai soci di minoranza: "Signori, i tempi sono duri, mettiamo mano al portafoglio". Soci: "...". Bonetti: "Dico davvero". Soci: "...". Bonetti: "Sono serio". Soci: "...". E così via.

Ecco allora il coup de theatre, essendo ormai la squadra senza più soldi, cosa si decide di fare? Be', nella migliore tradizione italica, ci si rivolge ai cittadini (sì, quei 2000, sì, quelli che mantengono il Comune di Brescia con le proprie tasse) con la geniale campagna "Il tuo assist per la Leonessa".

Un giornale bresciano, con l'entusiasmo e l'onestà intellettuale tipica dei giornali, titola addirittura "Il sogno della Centrale: l'azionariato popolare", nella speranza, non vana peraltro, che quella che è una semplice richiesta di elemosina, possa essere interpretata come il primo grande passo verso una nuova struttura di società sportiva.

Stranamente, alcune delle menti più eccelse del tifo bresciano ci cascano e iniziano a versare, senza avere alcuna garanzia sull'azionariato popolare, senza avere nessuna garanzia che, pagati gli stipendi ai giocatori per i mesi di aprile e maggio, la squadra a settembre ancora ci sarà, con l'unica garanzia che, una volta versato, il proprio ruolo sarà valutato all'incirca così: 0.

Ma diciamocela tutta, "Brescia deve avere una squadra di basket in Serie A". Sì, anche se non ci sono soldi. Sì, anche se i problemi sono altri. Sì, anche se di lavoro ce n'è poco. Sì, anche se il Comune dovrebbe pensare a fare il Comune. Sì, anche se l'unico imprenditore che ci metteva i soldi è stato allontanato da chi ora non ne ha, non ne mette e li chiede ai bresciani.

Sì, Brescia se la merita una squadra di basket in serie A.

giovedì 22 marzo 2012

A real life/3 - Oliviero Diliberto

Oliviero Diliberto nasce a Cagliari nel 1956 da una famiglia borghese. Non sappiamo molto dei suoi anni giovanili, ma, viste le scelte che farà in futuro, possiamo immaginare che non siano stati un granché.
Laureatosi in giurisprudenza, diventa professore di diritto romano. Che è un po' come un ingegnere che diventi professore di storia dell'ingegneria. O un filosofo, professore di storia dell'automobile. O un muratore, professore.
Grazie alle proprie capacità viene universalmente riconosciuto come romanista di fama internazionale tanto da collaborare in qualità di consulente per istituzioni cinesi. Sì, istituzioni cinesi, sì, diritto romano, sì, la Cina degli anni '80 pre-boom. No, non ha alcun senso, ma la pagina di Wikipedia, presumibilmente scritta dallo stesso Diliberto, così riporta e noi ci atteniamo.
Già a 13 anni è iscritto ai circoli giovanili del PCI, dimostrando quanto sia vero il proverbio "Solo un idiota non cambia mai idea".
Sui primi anni di militanza ha dichiarato: "Non avevo nessuna passione per le esperienze cinesi. Assistevo allibito alle eterne discussioni sul Libretto Rosso di Mao. Non avevo nemmeno il mito del Che". Praticamente stava lì per la figa. 
Nel 1991, a seguito dello scioglimento del PCI, confluisce in Rifondazione Comunista, diventandone membro attivo, tanto che, tra il '94 e il '95 dirige il settimanale del PRC "Liberazione" (oggi quotidiano, domani chiuso).
Nel '98, da Capogruppo alla Camera, aderisce al PdCI, a seguito dello scisma interno, non volendo aderire alla sfiducia al Governo Prodi promossa da Bertinotti e votando a favore dell'intervento militare in Kosovo. Ma solo perché ancora non esistevano le bandiere della Pace.
Diventa così Ministro di Grazia e Giustizia nel Governo D'Alema sino al 2000. Durante il suo mandato, ci ricordiamo la grande riforma del..., nonché la presa di posizione in materia di....
Tuttavia, nonostante la sua strenue attività di Ministro, qui sopra ampiamente descritta, Diliberto ha avuto anche l'indubbio merito di riportare in Italia Silvia Baraldini (condannata nel 1983 a una pena cumulativa di 43 anni di carcere negli Stati Uniti per concorso in evasione, associazione sovversiva, due tentate rapine e ingiuria al tribunale), scambiando di fatto la cittadina italiana con due tizi americani che si trovarono coinvolti in un brutto incidente. 
Nel 2004, da Parlamentare, incontra il leader di Hezbollah Ḥasan Naṣrallāh, non suscitando alcuna reazione da parte dei gruppi pacifisti cui aderisce e sostiene.
Negli anni seguenti tenta in ogni modo di ricomporre il vecchio partito comunista, facendo confluire sotto un unico tetto tutti i piccoli partiti nati dopo la disgregazione di Rifondazione. Purtroppo non esistono ancora microscopi abbastanza potenti per capire se sia riuscito o meno nell'intento.
Recentemente ha destato scalpore una sua foto a fianco di una manifestante che portava una maglia con la scritta "Fornero al cimitero". Diliberto ha giurato di non aver visto la maglia.
Attualmente è docente universitario, presso l'Università La Sapienza di Roma, di "Isituzioni Di Diritto Romano". Questo blog propone un premio in denaro allo studente che, per mero amor di scienza e verità, si presenterà ad una sessione di esami con una maglietta con la scritta "Diliberto culo aperto".

lunedì 20 febbraio 2012

Riforme a costo zero, vol. 1



Mandare in Libia, affinché possano contribuire allo sviluppo della televisione libica, i seguenti personaggi:

1) Adriano Celentano
2) Piero Chiambretti
3) Rita Dalla Chiesa
4) Paola Perego
5) Alessia Marcuzzi
6) Gianni Morandi
7) Simona Ventura
8) Nicola Savino
9) Enrico Papi
10) Enrico Montesano
11) Corrado Tedeschi
12) Maurizio Costanzo
13) Maria De Filippi
14) Serena Dandini
15) Michele Santoro
16) Bruno Vespa
17) Veronica Pivetti
18) Gad Lerner
19) Barbara D'Urso
20) Il mago Forrest
 
Acquisire, in cambio, una delle seguenti risorse:

1) Gas da utilizzare per riscaldare le case degli italiani.
2) Sabbia del deserto da utilizzare per ampliare il litorale eroso dal maltempo.
3) Letame, tanto per chiedere qualcosa e non far capire ai libici che li stiamo fregando.

 

mercoledì 8 febbraio 2012

Il buio oltre l'art. 18.

Ciclico come un monsone in Indocina, ritorna il dibattito sull'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Da una parte la CGIL, qualche partito populista e una marea di idioti pronti a difenderlo a spada tratta, dall'altra il Governo, qualche partito populista, la Confindustria e una marea di idioti pronti a cancellarlo.

Ma cosa dice l'art. 18?

"Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo , ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di 15 prestatori di lavoro o più di 5 se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro [...]".

Fermi tutti! Volete dirmi che l'art. 18 si applica solo alle aziende con più di 15 dipendenti? Volete dirmi che se un datore di lavoro con 14 dipendenti mi vuole licenziare, lo può fare anche senza giusta causa o giustificato motivo e al massimo sarà costretto a pagarmi alcune mensilità? Ecco, esattamente.

Certo, c'è da dire che in Italia sono le imprese medio-grandi (con più di 50 dipendenti, tanto per capirci) a fare la parte del leone. 
Ah, non è così? Ah, secondo i dati ISTAT il tessuto produttivo italiano è composto per il 94,7% da microimprese (3-4 dipendenti).
Il buon ministro Fornero, però,  mi dice che il 65% dei lavoratori dipendenti in Italia sarebbe coperto dall'art. 18, nel senso che lavorerebbe per aziende con più di 15 dipendenti.
Dal calcolo esclude i lavoratori autonomi, cosa che, altrimenti, porterebbe la percentuale dei lavoratori "tutelati" a meno del 46% e, evidentemente, tutte le altre forme di lavoro para-autonomo (contratti a progetto et similia), che, presumibilmente, farebbero scendere ulteriormente la percentuale.
Diciamo, tanto per star larghi, che forse il 40% dei lavoratori hanno questa tutela, mentre un buon 60%, almeno, già ora non ne ha.

E diciamo anche che il dibattito è tanto fondamentale per tutte le parti in gioco (quelle che poi decidono, non voi lavoratori) perché tutti (loro) hanno interessi da difendere.

La CGIL conta(va) nel 2010 5.748.269 di iscritti. Numeri altisonanti, senonché i lavoratori attivi sono solo 2.661.183, meno della metà. Gli altri sono pensionati con la loro tesserina in tasca e vecchi schemi mentali nel cervello. Gli under 35 risultano essere il 22,5% degli iscritti, mentre meno dell'1% degli iscritti è lavoratore atipico. La tipologia di lavoratori più iscritta? I lavoratori pubblici, quelli che dell'art. 18 se ne sbattono altamente visto che sono già ultragarantiti.
Togliamo i 400.000 lavoratori pubblici dagli iscritti, dei poco più di due milioni di iscritti della CGIL, dove credete che questi lavorino? Esatto, nelle grandi imprese, quelle interessate dall'art. 18.

Ma Confindustria? Be', forse non tutti sanno che (cit.) gli iscritti a Confindustria pagano una quota annuale di iscrizione in base al numero dei propri dipendenti. Ora magari vi spiegate perché ci tenevano tanto a che la Fiat non ne uscisse, vero? E, quindi, secondo voi, quali imprese cercheranno di difendere di più se non quelle che più pagano in termini percentuali?

Fermi tutti! Si sta qui sostenendo che quello dell'art. 18 è un falso problema, che non riguarda la maggioranza dei lavoratori ma semplicemente uno scontro tra entità del mondo del lavoro a tutela dei propri iscritti? Ehm...

Ma forse il problema più serio per uno Stato che si trova a dover gestire un debito pubblico spaventoso (oltre che con l'illuminata decisione di aumentare indistintamente le tasse) non sarebbe quello di risparmiare eliminando o, comunque, diminuendo la CIG, strumento ormai abusato sia da imprese che dai lavoratori?
E non sarebbe il caso di diminuire il costo del lavoro per le imprese? Possibile che un lavoratore part-time costi ad un'impresa quasi il 75% di un lavoratore a tempo pieno, pur lavorando la metà delle ore? Possibile che un lavoratore a progetto costi ad un'impresa così poco? Possibile che non ci siano controlli in tutte quelle aziende che abusano di questi contratti? Possibile che uno Stato (o, nel caso dell'Italia, uno stato) non sia in grado di monitorare la situazione per evitare abusi? Possibile che si parli del futuro dei giovani in relazione all'art. 18 quando di fatto la maggioranza di questi benedetti giovani dall'art. 18 non riceveranno mai alcuna tutela?

E se mi si rispondesse che il problema sono i giudici? Che non è possibile arrivare ad una sentenza dopo 3 anni di contenzioso impresa-lavoratore? Che non è possibile che un lavoratore sorpreso a rubare venga reintegrato sul posto di lavoro? Be', ma allora si faccia una legge in cui si elencano alcuni casi che, una volta conclamati, escludino la possibilità della reintegrazione. E vi siano più giudici e processi con meno formalismi per arrivare prima a sentenza.

Ma soprattutto, perché farci perdere tempo in un dibattito vetusto sull'eliminazione di un baluardo ideologico come l'art. 18 quando il Paese muore a causa di decenni passati a fare dibattiti vetusti sull'eliminazione di un baluardo ideologico come l'art. 18?


 

venerdì 13 gennaio 2012

Avvocato di te stesso

- Buongiorno Avvocato
- Buongiorno a Lei, caro Signore
- Ho un problema
- Mi dica
- La mia compagnia telefonica mi ha fatto pagare ben 200,00 Euro in più in una bolletta perché mi hanno attivato una promozione che io non ho mai richiesto. Purtroppo i soldi mi sono stati scalati perché pago con il RID. Ho già contestato la fattura, ma al call center non mi sanno dire niente. Ho già provato a rivolgermi al Co.re.com ma non hanno voluto conciliare. Che posso fare? Sa, 200,00 Euro di questi tempi non sono una cifra da poco e poi non capisco perché io, che sono un povero lavoratore, devo essere trattato come una pezza da piedi da queste compagnie.
- Eh, lo so...spesso fanno così. E' un modo per impaurire i consumatori e approfittarsene perché sono pochi in Italia quelli che non accettano questo tipo di soprusi
- E' davvero ingiusto, cosa possiamo fare?
- Ma guardi, si potrebbe tranquillamente fare causa chiedendo la restituzione del maltolto
- Ottimo! Ma quanto mi costa?
- Sa, fino all'altro ieri Le avrei detto che le sarebbe costato 0, dal momento che ha ragione, avrei potuto tranquillamente aspettare la fine della causa e farmi riconoscere le spese legali dalla compagnia telefonica. Questo Le avrebbe permesso di poter riavere i Suoi 200,00 Euro, oltre agli interessi, senza dover tirar fuori neanche un euro.
- Ecco, sarebbe perfetto!
- Già, ma sa, il Governo Monti ha deciso (art. 13 DL 212/2011) che per le cause sotto i 1000,00 Euro le spese legali per gli Avvocati non possono superare il valore della domanda. Quindi, capisce bene che le spese che il Giudice di Pace mi potrebbe liquidare sarebbero, al massimo, 200,00 Euro e questo per seguire la Sua causa scrivendo circa 4 memorie, andando personalmente a 3 - 4 udienze e, ovviamente, se tutto va bene e non devo fare ulteriori attività
- Mi pare una cosa assolutamente insensata
- Anche a me, però, debbo anche dirLe che Lei potrebbe benissimo intentare causa in proprio, senza bisogno di un avvocato
- Ah, quindi potrei fare tutto da solo?
- Certamente!
- Ma scusi, avrei diritto ad una procedura semplificata visto che non sono Avvocato?
- Ovviamente no, Lei dovrebbe scontrarsi contro l'Avvocato della compagnia telefonica e, quindi, dovrebbe conoscere perfettamente il codice di procedura civile per evitare qualsiasi errore formale che Le farebbe perdere istantaneamente la causa e a questo punto, La obbligherebbe a pagare anche le spese legali del Collega, entro quei limiti, ovverosia il doppio di quanto a Lei già sottratto.
- Ma questo è impossibile! Voglio dire, non è che se devo costruire una casetta di pochi metri quadrati io mi metto a farla pur senza essere geometra o, quantomeno aver fatto il muratore, no? Nè mi rimuoverei mai una carie da solo. Potrei solo sbagliare e fare danni, non crede?
- Io credo di sì, però questo è.
- Quindi?
- Quindi, niente, lasci i suoi soldi alla compagnia telefonica e la prossima volta che sente parlare di equità, riforma della giustizia, liberalizzazioni e aiuti alle persone deboli, be', inizi a tremare.

mercoledì 4 gennaio 2012

Riforme, liberalizzazioni, grattachecche e cocco bello.

Sono più che certo che il neo senatore a vita, nonché professore della Bocconi, Mario Monti ci salverà tutti.
D'altronde, non credo che il nostro Presidente della Repubblica, uno che per 50 anni ha seguito un'ideologia storicamente fallita, possa essersi sbagliato.

Ad ogni modo, per mostrare rispetto e amore verso questo grande paese (che scriverò con la lettera minuscola in segno di deferenza), mi permetto di avanzare due o tre proposte, non tanto perché non ritenga che le liberalizzazioni proposte non saranno efficaci (provenendo da un economista di circa 70 anni che ha vissuto tra banche ed Europa negli ultimi 50 anni, non potrei certo credere il contrario), ma quanto perché una volta che si siano aperte a tutti le licenze dei taxi e ci sia permesso prenderli al posto del bus o del tram a costi competitivi e dopo aver reso il lavoro del taxista uno di quei lavori da sottoproletariato extracomunitario com'è in tutti i Paesi del mondo, e dopo che avrò la possibilità di recarmi all'Italmark a comprarmi le aspirine, presumibilmente allo stesso prezzo di quelle in farmacia, visto che il costo dei pannolini, venduti sia lì che là è più o meno il medesimo e se tanto mi dà tanto le cose rimarranno le stesse per i consumatori salvo la possibilità di pigliarsi medicinali da banco in ogni dove, salvo poi lamentarsi tra qualche anno che gli italiani ne fanno un uso troppo largo e inventarsi nuove leggi o misure per venire incontro ad una popolazione di paradrogati mentecatti, ecco, dicevo, non perché non creda in queste liberalizzazioni, ma così, per puro spirito di autartico interesse per il mio paese, ecco i miei modesti suggerimenti:

1) Obbligare i segretari comunali ad autenticare le firme per contratti, procure, ecc.ecc., sottraendo ai notai questa incombenza.

2) Eliminare l'obbligo per le imprese di presentare le scritture contabili autenticate (dai notai, che coincidenza), al momento di far richiesta di un decreto di ingiunzione per ottenere il pagamento di una fattura.

3) Eliminare la figura dei notai (così, so che nessuno ci aveva mai pensato, ma una volta eliminata la fruttuosa figura del taxista, perché non concentrarsi anche su quella, certo più modesta, del notaio?).

4) Dare la possibilità allo Stato di licenziare i propri lavoratori in esubero, quando questi rifiutino la ricollocazione presso altra sede nel territorio italiano. Sei un forestale della Sicilia? Sei in esubero? Non vuoi andare in Umbria a lavorare? Ecco, ora sei un abitante della Sicilia libero di seguire le tue passioni e inclinazioni non a spese della collettività.

5) Preso atto dell'incapacità dello Stato di gestire il proprio patrimonio archeologico, concedere in gestione a società private, necessariamente straniere, alcuni dei siti archeologici più importanti (es. Pompei, Ercolano, la Sicilia...), così, tanto per vedere se i giapponesi riuscirebbero a tenere meglio o peggio Pompei rispetto ai campani.

6) Legalizzare la prostituzione e le case chiuse. (Certo, già mi immagino la reazione indignata del Papa: "La proztituzione è pecato grande e noi Chiesa Catolica non pozziamo azzettarla", cui uno Stato serio dovrebbe rispondere più o meno così: "Prrrrrrrrrrrrrrrrrrr").

7) Legalizzare il gioco d'azzardo, non capisco perché posso giocare alla roulette online e con il sorriso accondiscendente di un qualche pirla del calcio a consigliarmi la giocata migliore e non andarmene alla sala sotto casa dove posso toccare con mano le fiches.

8) Introdurre anche in Italia la categoria dei "danni punitivi", ovverosia prevedere che in certi casi e a certe condizioni, un Giudice possa "sanzionare" una società per una cifra x a favore del consumatore, oltre al danno effettivo da questi patito. Se, per farla semplice, una qualsiasi di queste compagnie telefoniche succhiasangue vi frega 50 Euro, un Giudice potrà condannare quella maledetta società di merda a pagarvi 50 + 500 Euro. E, pensateci, le truffe e i tentativi di farvi spendere più soldi lentamente scemerebbero non essendo più convenienti alle perniciose società telefoniche bastarde inculate.

9) Eliminare l'8 per mille e il 5 per mille. Si fottano le chiese e le religioni di questo mondo, si fottano le ONLUS, gli handicappati, l'UNICEF, uno deve essere libero di donare o di non donare, non può essere costretto a farlo. Piuttosto rendete completamente deducibili, se non ultradeducibili, le donazioni e voi, enti "benefici", rendetevi utili davvero e non state lì a pretendere soldi solo perché nel vostro statuto avete scritto che siete tanto buoni.

10) Annettere la Repubblica di San Marino. San Marino è un Paradiso Fiscale, lo sa anche lo stendino della biancheria che in questo momento è davanti a me e aspetta che io lo svuoti. Possibile che nel 2012 deve esistere una cazzo di repubblica medioevale? Hanno tutti i benefici dell'essere italiani (dalla sanità in giù), senza pagare nulla all'Italia. Evasori di tutti i tipi portano i soldi nelle loro banche perché sussiste il segreto bancario e io ora devo sopportare il mega sistema Serpico che viene a frugare nel mio conto corrente ogni movimento, come in un cazzo di Stato di Polizia stile ventennio (e nel silenzio di tutte le mammole del PD che parlano di legalità e stato di diritto e costituzione di 'sta minchia - ecco un messaggio per voi, coglioni, questo dovrebbe farvi indignare, non le 4 troie di Berlusconi). Ma andiamo. Annettiamo San Marino oppure convinciamolo che è bene togliere il segreto bancario. Oppure embargo. Certo, non so come faremo a vivere senza le loro balestre, ma sono certo che ce la caveremo.

Ecco, queste sono le prime 10 proposte e potrei andare ancora avanti, ma confido che dal Ministero mi facciano una telefonata per raggiungerli.
Assicuro che ci andrei in taxi, visto il costo.